Ricordo ancora quando presi in mano per la prima volta “Malamore”, il libro di Concita De Gregorio che raccoglie insieme alcune storie di violenza in cui vittime sono le donne. “Malamore” è uno strumento – uno dei tanti – creato e “donato” alle donne per capire qualcosa in più di loro stesse, la loro forza e fragilità, il mondo che le circonda.
Sono andata a ripescare “Malamore” in libreria dopo aver letto la notizia di Immacolata Rumi, la donna di 53 anni morta per mano di un uomo a seguito delle percosse ricevute. Non è facile spiegare quali sensazioni, quali emozioni attraversino il corpo e la mente di una donna nel momento in cui apprende determinate notizie: senso di impotenza certamente, lo stesso che monta tutte le volte in cui ci si ritrova a camminare di notte per strada e voltarsi indietro ad ogni minimo rumore, lo stesso che si prova ad ogni commento spinto o volgare, lo stesso che si prova ad ogni piccolo gesto di violenza domestica che non sempre e non solo è carnale, ma soprattutto psicologico. E’ difficile, davvero difficile, da parte di una donna che legge quasi quotidianamente storie di “malamore” riuscire a penetrare nella mente della vittima: perché accade? Perché a quegli uomini è stato permesso di violentare, maltrattare, uccidere?
Esistono essenzialmente due motivi di distinta natura. Il primo riguarda una questione puramente culturale: il femminismo nel mondo non ha lasciato l’impronta sperata. La donna nei fatti all’interno di una coppia vive ancora un rapporto di subordinazione rispetto l’uomo; che sia per una questione “genetica” o meno – della serie gli uomini vengono da marte e le donne da venere – il giudizio spetta solo alle singole persone, dal momento che ciascuno esprime le proprie valutazioni soprattutto in base alle proprie esperienze personali. Di certo, stando ad alcune statistiche facilmente reperibili sul web, le donne hanno ancora notevoli difficoltà ad emergere nel mondo del lavoro e di questo aspetto particolare SocialSud.it “Senza Zucchero” si è già ampiamente occupato. Esistono anche statistiche che riguardano l’aumento esponenziale e inquietante dei casi di femminicidio. La risposta della società rispetto ai temi del femminicidio e delle questioni di genere è sempre troppo mediatica e poco consistente: si pensi al Festival di Sanremo che quest’anno ha lanciato sul palcoscenico Luciana Littizzetto e il One Billion Rising, ma che l’anno precedente non ha avuto timore nel far esibire in prima serata l’inguine tatuato di Belen Rodriguez. A quell’episodio seguì una lunghissima polemica, furono fornite argomentazioni serie e strutturate sul perché quel gesto fosse inopportuno oltre che volgare e le risposte, da una buona fetta di “popolo maschile”, furono semplici, limitate, scontate: le donne sono invidiose l’una dell’altra, ma soprattutto sono femministe solo quando conviene loro. Una donna nuda su un palcoscenico piuttosto che su un calendario non suscita scalpore alcuno, anzi è ammirevole; un uomo altrettanto nudo è pornografia. La subordinazione della donna a 360° è una questione culturale che va distrutta alla radice.
Torniamo alla nostra storia di violenza. Il secondo motivo riguarda la forza e la fragilità delle donne: del caso di Immacolata ancora non si conoscono i dettagli, ma la cronaca e la letteratura sono piene di casi di donne che hanno resistito per amore di un uomo e per amore di una famiglia. Allora appare chiaro come in questi casi la vera fragilità delle donne sia la loro forza. Lo ha raccontato in maniera esemplare la De Gregorio nel corso di una delle storie raccolta su “Malamore”, un delle tante, la mia preferita. E’ la storia di una giovane donna cinese, Luo Cuifen, che un giorno ha scoperto di avere 23 aghi sparsi in tutto il corpo. Quei 23 aghi rappresentano 23 tentativi di ucciderla perpetrati dai nonni a cui la ragazza era stata affidata. “Il suo corpo con gli aghi ha trovato un accordo – racconta la De Gregorio – ha resistito”. Quella di Luo Cuifen è una storia che mi piace ricordare ogni qualvolta se ne presenti l’occasione. Ho trovato su internet la foto del suo torace infestato dagli aghi, l’ho stampata, incorniciata e appesa nella mia camera. Rappresenta un monito per me e mi auguro che lo diventi anche per le tante giovani donne che oggi, insieme a me, si interrogano su quale futuro e quali prospettive sia riservato a tutte noi in una società ancora troppo immatura e ipocrita per comprendere appieno il significato dell’introduzione del reato di femminicidio. Se a Reggio Calabria – ma così come tutte le altre città italiane – ci fosse un reale interesse, una reale sensibilità legate al tema del femminicidio e alla storia di Immacolata Rumi, sarebbero gli uomini stessi e non le solite donne “neo-femministe a convenienza” a chiedere giustizia, a chiedere maggiore rispetto, maggiore interesse da parte della giustizia e della politica.
La nostra forza e la nostra vera fragilità, ma è anche l’unica arma di sopravvivenza. “Finché si può – scrive Concita De Gregorio a proposito di Luo Cufien – finché si può resistere, si deve”.

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Giulia Polito

Giulia Polito nasce a Reggio Calabria, anche se non le hanno chiesto il permesso. Dopo una veloce infanzia e un’esistenza tranquilla sceglie gli studi filosofici per poter condurre una vita all’insegna della praticità. Per questo, per poter arricchire di emozioni la sua permanenza sulla terra e aggravare la sua già profetizzata instabile situazione economico-finanziaria di donna impegnata del sud, si dedica ai blog e al giornalismo. Non paga dell’arte, approda in radio dove tra notiziari, rubriche e satira pensa che sì la radio è bella, ma se fosse bionda starebbe meglio in tv. Studiando da cronista di giudiziaria, evitando come una mannaia le rubriche leggere di ricette e gossip, ha imparato a cucinare di gusto, nella consapevolezza di wildiana memoria che un giorno le sue colleghe la convinceranno per sempre che è meglio tacere e sembrare stupide che farsi bionde e togliere ogni dubbio. In fondo lei ha sempre saputo che le soddisfazioni più durature della vita sono sempre “senza zucchero”.

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