“Possiamo piantare due tende nel giardino da voi? Siamo cinque”.
La casetta in montagna, che non è della famigliola, ma è popolata nelle giornate vacanziere da Tizianeda e dagli altri tre, è circondata da un generoso giardino, dove in uno spazio silenzioso e nascosto, per un giorno ed una notte, sono state ormeggiate due tende da campeggio, come due barchette placidamente appoggiate in un mare tranquillo.
Perché Tizianeda, dinanzi alla richiesta di uno di quei cinque, ha detto sì senza pensarci.
Quei cinque, sono una mamma e un papà e i loro tre ragazzi, tutti maschi tra i tredici e i vent’anni passati da un po’. Sono una famiglia. Dentro questo assemblaggio multiforme e colorato, c’è musica che sgorga da ogni parte come quando ti si pianta un odore addosso, arte esibita per strada, ricerca di radici lontane, senso di appartenenza, matematica, disegni, rime strambe, impegno pulito, vita da gitani iperattivi, silenzio e chiacchiere, libertà e regole, cibo e blues, armonica, basso elettrico e contrabbasso.
E ora che sono nel mio giardino, io li osservo questi cinque, come mai ho fatto prima. Perché tutti insieme e così vicini, come una famiglia non li avevo mai pensati. Anche se quella mamma e quel papà, io li ho visti diventare genitori nel tempo del cazzeggio e dell’incoscienza. Nel tempo in cui, hai addosso un vago odore di infanzia lasciata ormai per sempre. Quando provi a dare una forma ai tuoi pensieri e alla tua vita. Un tempo in cui non si hanno ancora vent’anni e sei un’esplosione di sogni, progetti, ribellione, possibilità, dentro a un mare tumultuoso e mutevole in cui cerchi la tua strada.
Io li ho visti, con loro figlio in braccio, bellissimo, percorrere quel mare. Quando, incosciente e giovane, non mi chiedevo quanto grande fosse lo sperdimento e la paura . Quel bambino, era una presenza fresca e allegra per me, da guardare come si contempla uno spettacolo stupefacente.
Poi quella mamma e quel papà, sono cresciuti con il bambino in braccio, senza perdere di vista la loro strada da tracciare, i loro sogni, le loro possibilità.
E oggi guardo questa donna mentre frigge le zucchine nella mia cucina, con gli occhi da aliena e tutti quei capelli colore della terra, avvolta da un tripudio maschile di testosterone che le danza attorno, lei compatta silenziosa moderna passionale con le sue tante cose da fare. E guardo lui con gli occhi grandi da sognatore con la sua piccola armonica, che ci soffia dentro ed esce fuori la musica. E ci sono quei tre, i tre fratelli, perché il bambino in braccio nel frattempo è cresciuto senza rimanere solo. Il bambino in braccio che ora è un uomo, che è andato lontano, con la valigia di cartone da riempire per diventare adulto, con le costellazioni da cercare per orientarsi dentro il suo mare da percorrere, anche lui con la musica tra le mani e il vento dell’indipendenza soffiato alle spalle.

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