di Michele Menonna - avvocato-

Smaltita la “sbornia” da risultati, posso iniziare ad abbozzare qualche riflessione.
Parto dalla fine: la sbornia post-elettorale. Ho letto ed ascoltato (da una parte e dall’altra) commenti livorosi, piuttosto arroganti e, quasi sempre, estranei al vero thema decidendum. Non poteva essere diversamente, considerando che da mesi l’intera campagna referendaria è stata impostata (da entrambi i contrapposti schieramenti) sulla divisione e non sulla condivisione.

Inevitabile, ritenuto che la proposta di riforma è stata prima avocata a sé dal Governo (che -in linea di principio- non ha potere legislativo) e poi approvata da una maggioranza parlamentare risicata, già indelebilmente “marchiata” dal peccato originale della sua elezione con una legge elettorale dichiarata incostituzionale.
Una proposta di riforma ed una campagna referendaria che è stata veicolata (da entrambi i fronti) con toni troppo accesi, personalizzati, personalizzanti, spesso mistificatori, quasi sempre politicizzati (nel senso deteriore del termine) e fuorvianti rispetto al merito della proposta.

Proposta che a mio avviso era complessivamente da bocciare, ma che non mancava di spunti validi.

Non si trattava di una qualunque legge ordinaria, si trattava della Carta Fondamentale, quella sulla quale fondare il (nuovo?) patto sociale.
Ed ecco il punto: il patto sociale.
Mi proietto al futuro, perché di analisi del voto se ne sono lette a bizzeffe e se ne leggeranno ancora, provenienti da persone più qualificate di me.
20 punti di differenza, corroborati dal clima pesante che serpeggia tra le strade (e non nei corridoi dei Palazzi), sono chiari indicatori di una fortissima tensione sociale, di un evidente scollamento tra il Paese reale e chi lo governa (di sinistra, destra, centro, populisti, europeisti, anti-europeisti, chi vi pare ad libitum).

Sono la plastica dimostrazione dell’insofferenza verso una politica (con la lettera infima e non più neanche minuscola) che almeno negli ultimi venti anni ha lavorato “contro” qualcosa o qualcuno e non “per” gli interessi del Paese (ma tutt’al più “per” i beceri interessi di una classe politica, ormai autoreferenziale).

Ecco allora ciò che unisce: la necessità di cambiamento.

Si badi, non è una contraddizione. Anche chi ha votato no vuole il cambiamento: non potrebbe essere diversamente, alzi la mano chi in Italia è soddisfatto della attuale situazione complessiva (economica, sociale, politica, morale, ecc.). Altro è però individuare un metodo condiviso ed un obiettivo verso il quale tutto il Paese vuole (e deve) tendere.
Non credo proprio che la zavorra che impedisce il cambiamento sia rappresentata dalla Costituzione. E il “cambiare tanto per cambiare” non può essere applicato ad una carta costituzionale.
Certo, il voto referendario ha anche avuto (ed avrà) effetti collaterali politici e partitici (inevitabili, considerando la campagna elettorale), ma questo esula dalla mia analisi e -dirò di più- è meno importante. Non mi aspetto in ogni caso i paventati effetti apocalittici. In ogni caso ben conosciamo il “manuale delle istruzioni del gioco” (definizione abominevole, ma questa ci è stata propinata per mesi).
Quello che mi aspetto (ma non è assolutamente detto che accada) è una reale ripresa di responsabilità da parte di chi le responsabilità le sventola a mo di pennacchi o le brandisce minacciosamente a seconda dei casi.
Quello che mi aspetto (ma non è assolutamente detto che accada) è che la Nazione si risvegli ed inizi a riflettere su se stessa, inizi a capire cosa è e cosa vuole diventare. E’ fin troppo facile delegare, salvo poi riservarsi il diritto di spacciare una presunta verginità ed additare al pubblico ludibrio (o sempre più spesso alla pubblica gogna) chi è stato delegato.
Il termine crisi etimologicamente rimanda alla nozione di scelta. Chi non sceglie rimane perennemente in crisi.
Oggi, più che mai, il Re è nudo.

Commenti

commenti

A proposito dell'autore

SocialSud.it è il blog di storie quotidiane e di condivisione

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata